di Pasquale Tuscano

La città di Bova e il suo territorio hanno una storia lunga e gloriosa, con tutte le cadute e le riprese degli eventi naturali e umani, sempre soggetti agli accidenti del tempo che scorre inesorabile. Fondata, come racconta la leggenda, da una regina locrese, l’impronta del cui piede si ritiene impressa nella roccia del Castello, fu un punto di riferimento imprescindibile della civiltà della Magna Grecia. Fu tra le più vetuste sedi vescovili italo- greche. Rispettosa della tradizione, rimase l’ultima diocesi ad accettare l’imposizione del passaggio dal rito greco a quello latino, come obbligo di osservanza dei nuovi indirizzi liturgici stabiliti dal Concilio di Trento. Era l’anno 1575. Il rito greco aveva una sua liturgia e una sua disciplina. Esprimeva l’idea profonda della Tradizione, che era, specificatamente, quella dei Padri della Chiesa. La decisione fu presa dall’allora vescovo Giulio Stavriano, domenicano, proveniente dalla chiesa greca di Cipro. Fu operazione che estinse secoli di civiltà. Tuttavia, ne rimasero, e si continuano ai giorni nostri antropologicamente, i segni indelebili dell’indole e delle abitudini del calabrese grecanico. Si pensi alla predisposizione alla contemplazione; a quelli che uno scrittore certo non provinciale, Corrado Alvaro, chiama “le idee grandi e universali, ogni slancio verso l’inconoscibile e il cielo”1; la simbologia applicata anche coi gesti: croci segnate col gesto della mano o incise sugli oggetti di lavoro, o rivolte verso i campi, o sulla prima misura del primo raccolto (cereali, olive, legumi, uva); o sul primo lievito col quale si deve impastare il pane, ecc.; la conversazione coi Santi come se si trattasse di familiari; il culto struggente per la Madonna, la Grande Madre pre-ellenica che Bisanzio avrebbe cristianizzato, assimilandola alla Madre per antonomasia del Cristianesimo. La lingua greca era talmente radicata nel popolo che, a quasi quattro secoli dall’ ‘operazione Stavriano’, il greco era ancora la lingua ufficiale. Ciò, naturalmente, per tradizione orale dei popolani legati al territorio, non compromessi da una cultura che si riteneva superiore a quella greca. I nostri nonni parlavano esclusivamente il grecanico, ch’era la loro lingua naturale. I nostri genitori comunicavano in grecanico con gli anziani e coi loro genitori.

Il primo racconto puntuale della ‘leggenda e della storia di Bova si deve a uno storico bovese del 1700, il sacerdote Domenico Alagna2. Illuminista conseguente, Alagna sa che il suo saggio deve avere non soltanto un fine storico-culturale, ma anche ‘pratico’. Pertanto, dev’essere scrupoloso e veritiero nella descrizione dei beni ‘naturali’, dal mondo vegetale a quello animale e minerale, e, con pari dignità, a quello delle bellezze paesaggistiche.

Alagna realizza nel racconto una perfetta simbiosi tra due mondi, quello contadino e quello pastorale. Dà, così, un’idea puntuale di un territorio e di una gente, nei quali, ancora ai giorni nostri, convivono, con intelligente razionalità, usi e costumi diversi. Sottolinea come prodotti abbondanti fossero i cereali, l’olio, il vino, i latticini, la seta, il lino, il miele. Si tratta dei beni che, ieri come, in parte, anche oggi, connotano il benessere di una società agropastorale bene organizzata, capace d’impiegare il suolo, oltremodo ubertoso, con cura intelligente.

I prodotti eccellenti, al punto da essere esportati, rimangono quelli sacrali, anche simbolicamente, della storia dell’umanità: i cereali, l’olio, il vino.

Dei cereali, il territorio offre un elenco di varietà scientificamente interessante anche per la storia economico-sociale della zona: maiorca, grano rosso, grano leggero, farro, trimini, iermano, orzo, ecc. Ciascuna famiglia preparava il pane in casa. Il forno era un accessorio primario. Era un rito che, in parte, sopravvive. Era considerato ‘povero’ chi non possedeva un campo, anche modesto, per produrre dei cereali e l’olio. Delle qualità più pregiate (grano rosso, maiorca, grano leggero) si ricavava la farina per il pane consumato dai benestanti e dai cittadini medi. Le massaie del mondo contadino e pastorale portavano a macinare ai mulini più qualità di frumento. Con una farina composita (miscitatu) preparavano un pane che si considerava di non primaria qualità, ma particolarmente fragrante, profumato, soprattutto nutriente, adatto a chi lavorava i campi e ai pastori. Dovendo spesso rimanere anche lontani da casa, veniva biscottato mantenendo integre le qualità organolettiche. I mulini ad energia idrica erano numerosi.

Un poeta estemporaneo, descrittore rigoroso di una realtà ch’egli rivive tra nostalgia e stupore, il reggino Nicola Giunta (1875-1968), evoca La ruota del mulino tradizionale:

In riva al fiume è un piccolo mulino. La vecchia casa pare un casamento. Il mulinaro con talento fino si appresta a macinare il buon frumento, di cui farà suo pane il contadino. La macina non è mossa dal vento, mossa è dall’acqua, e una ruota di legno gira e, con essa, il semplice congegno.3

Il vino è squisito al sommo grado per l’incredibile diversità dei vitigni ed uve che lo compongono, ed è richiesto da cantine rinomate.

L’olio è particolarmente dolce e profumato.

Accanto a tali prodotti, si fanno onore, ancora oggi, i formaggi (caprino, pecorino, vaccino), e i latticini, da cui l’esperto pastore ricava alcune specialità uniche e tra le più richieste, come uno speciale formaggio fresco (musulupu) e le ricotte fresche e salate. Particolarmente pregiati sono, altresì, i salumi. La festa grande della macellazione del maiale richiama usi e leccornie ricavate dalla carne suina, delle quali Bova gode di un prestigio invidiabile:

Ed ecco la massaia, in un piatto ampio e capace, frìttole e gamboni affastella con suo volubil atto, e i compari alla vista fan ghiottoni, mentre sul dorso a lei s’aggrappa il gatto e la cagna fa salti senza suoni… E, tremulo e fumante, è bell’e corco sul desco il ben di Dio, anzi del porco…4

Un posto speciale spetta alla magnificenza del verde dei campi e dei boschi, le ‘vaste selve’ che circondavano, e circondano ancora in parte, la città come una severa e suggestiva fortezza naturale. Ad esempio, la grande quantità delle conifere, che connota i Campi di Bova. Un tempo generosa di preziosa pece, produzione oggi dismessa. Prodotto ricercato e costoso, essenziale per i cantieri navali, era simbolo d’incomparabile ricchezza. L’umile e tenace monaco basiliano Leo Rosaniti (Sec. V) la raccoglieva e la vendeva, raggiungendo anche Messina, per acquistare il pane da distribuire ai poveri. Divenuto santo protettore della città, la tradizione lo rappresentò con un pane di pece nella mano destra e, nella sinistra, l’accetta per ricavarla.5

La descrizione di Alagna delle ‘vicinissime e vaste selve laterali’ e dei boschi della montagna ‘al Settentrione della Città, ove si lavorano vari legnami, e si fa la pece’, sarebbe ritornata, ottant’anni dopo, nel 1847, nelle pagine del viaggiatore-artista Edward Lear (1812-1888), comprese nel volume Journals of a landescape painter in Southern Calabria del 1852. Scrive Lear: ‘In lontananza, si elevava l’azzurra Bova, apparentemente inaccessibile; potevamo scorgere una specie di castello, rocce a picco e frange di foreste’. Lasciando la città, ricorda con stupore, ‘i densi boschi di querce che circondano Bova’.6

Vecchia di secoli, Bova si presenta sempre bella con un suo fascino arcano. L’odierno visitatore non troverà più la Bova della leggendaria tradizione resa famosa nel mondo. Tuttavia, con le memorie scritte e con le vestigia rimaste può ricostruire tempi ed eventi. Quella Magna Grecia, che diede all’umanità civile il canto di Nosside, di Ibico e di Stesicoro; il pensiero e la scienza di Pitagora e di Ipparco, che eternarono i nomi di Locri, di Crotone, di Reggio, di Sibari; terre e mari cantati da Omero; quella Magna Grecia può ancora dire una parola ammonitrice, splendidamente proiettata nella sua aria di leggenda. Allora le memorie antiche cessano di farsi miraggi, sogni di visionari, e saranno richiami vivificanti di un passato che non deve perire e che ci fa onore.

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C. Alvaro, Itinerario italiano, Milano, Bompiani, V ed., 1967, p. 13.
D. Alagna, Bova. Città nel Regno di Napoli nella Calabria Ulteriore (1775). A cura di Pasquale Tuscano e Francesca Tuscano, Delianuova, Nuove Edizioni Barbaro di Caterina di Pietro, 2005, pp. 280.
3 N. Giunta, Il poema della mia terra, R.C., Libreria Editrice Carmelo Franco, 1951, p. 117.
4 Ivi, p. 31.
5 Sull’argomento, rimane fondamentale: AA. VV., San Leo. Santo dell’Aspromonte greco, a cura di Pasquale faenza e Francesca Tuscano, R. C., Laruffa Editore, 2012.
6 E. Lear, Diario di un viaggio a piedi. Reggio Calabria e la sua provincia (25 luglio-5 settembre 1847). Trad. di E. De Lieto Vollaro, R. C., Laruffa Editore, 2003, pp. 31 e 34.

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